Big data e geopolitica: analisi sul  rapporto tra gli Stati e i colossi che gestiscono e sfruttano i dati personali.

Chiedersi quali saranno i temi su cui si giocherà la partita degli equilibri internazionali nei prossimi anni significa – inevitabilmente – pensare alle sfide quotidiane che premono sulla leadership dei grandi della terra. Globalizzazione, immigrazione, terrorismo islamico, cambiamenti climatici e approvvigionamento energetico sono i dossier protagonisti dei summit internazionali, e sono certamente gli argomenti più trattati a livello mediatico e più sentiti dall’opinione pubblica.

Eppure, senza tanto clamore, è in atto già da tempo una vera e propria guerra che investe questi stessi dossier e che determinerà in modo irreversibile gli equilibri economici, politici e sociali futuri a livello planetario. È la battaglia per l’acquisizione di dati personali, la profilazione, la corsa all’Intelligenza Artificiale, la sfida al primo posto per interconnettere il 49% della popolazione mondiale – residente fondamentalmente nei paesi in via di sviluppo e nelle zone rurali della Terra – che ancora non ha accesso ad Internet ed ai servizi ad esso collegati. Questa guerra, per quanto incruenta, non riguarda solo la competizione tra Stati, ma anche il rapporto tra gli Stati e i colossi che gestiscono e sfruttano i dati personali.

Rapporto tra Big data e Geopolitica

Qual è dunque il rapporto tra dati e geopolitica? Sarebbe impossibile esaurire l’argomento all’interno di una breve analisi, ma si possono citare almeno quattro fatti a sostegno dell’importanza strategica di questa partita.

1) Gli enormi investimenti voluti da Donald Trump per lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale.

Sono presumibilmente una risposta ai rapidi progressi che la Cina sta facendo in questo campo, la quale, forte dell’assenza di regole e leggi a tutela della privacy, è tanto facilitata nell’acquisizione di dati personali da essere già in grado (e non da oggi) di applicare il riconoscimento facciale di massa.

2) il Digital Economy National Program

La legge del dicembre 2018 voluta da Mosca per assicurare l’indipendenza dello spazio Internet russo in caso di aggressione esterna. Sembra impossibile anche solo a dirsi, ma la sperimentazione è partita il primo aprile 2019 e la legge è una chiara risposta alle accuse di pirateria digitale che la Nato ha rivolto alla Russia.

3) il General Data Protection Regulation (GDPR).

L’Unione Europea, che sembra paralizzarsi di fronte al problema di dislocare una quarantina di immigrati tra i vari paesi membri, ha capito per tempo l’importanza strategica dei dati. Ha varato così il GDPR, vero e proprio strumento di governance politica del settore del flusso dei dati, in cui trova particolare rilievo il problema della cessione a paesi o enti sovranazionali terzi di dati personali. Il GDPR è una risposta allo strapotere di realtà imprenditoriali come Google, Facebook o Amazon, giganti web che esulano dai vincoli di diritto, e questo ci porta al quarto punto.

4) Cessione di sovranità ai colossi del web

La consistente – ed apparentemente inarrestabile – cessione di porzioni di sovranità da parte degli Stati nazionali in favore dei colossi di Internet e di enti sovranazionali come le Organizzazioni Non Governative, i quali nutrono e coltivano interessi personali a livello politico ed economico su scala globale.

Un esempio su tutti: che cosa accadrebbe se Google decidesse di cambiare algoritmi di indicizzazione?

E se Google cambiasse gli algoritmi di indicizzazione?

Succederebbe che aziende in attivo rischierebbero la chiusura per mancanza di visibilità, e di conseguenza, di profitti. Ma quali deduzioni possiamo fare partendo da queste osservazioni?

Lanciare pronostici sul lungo periodo è quasi impossibile. Ci sono troppe variabili in gioco, prima fra tutte capire se e chi, tra gli attuali competitors, (ma saranno loro a portare a termine il progetto?) riuscirà a interconnettere entro i prossimi quarant’anni l’attuale 51% della popolazione che non usa Internet (secondo i dati della International Telecommunication Union), con i risvolti economici politici e sociali che è possibile solo immaginare.

Una riflessione a breve e medio termine può essere la seguente: la cessione di sovranità da parte degli Stati sta provocando una reazione forte nell’elettorato del mondo occidentale, che si è tradotta, tanto per fare due esempi, nella elezione di Trump alla Casa Bianca e nella Brexit. Riprendere il controllo sembra l’imperativo categorico.

Ma se è vero che i dati sono l’oro nero del futuro, e che Google, Amazon, Apple, Facebook e Microsoft sono le cinque industrie più valutate del pianeta, come sarà possibile limitare il loro potere senza rinunciare ai loro servizi? E come si difenderanno i singoli paesi in uno scenario prossimo venturo che sembra più adatto ad un confronto tra titani?

In questo senso non sembrano casuali le mosse espansionistiche di ex imperi come Cina, Russia e Iran (che possiede mezzi economici e tecnologici, ma non le condizioni politiche necessarie a competere nel mondo digitale, ed anche questa è una variabile enorme che riguarda tutti i paesi arabi e quelli in via di sviluppo), ed in questa ottica andrebbe, forse, interpretato anche il trattato di Aquisgrana.

I media di mezzo mondo sono concentrati sul pericolo della recrudescenza dei nazionalismi. Ma il pericolo vero, forse, verrà più dagli appetiti neo-imperialisti di alcuni paesi, da un lato, e dalle ambizioni sfrenate di una élite di miliardari transnazionali che non rappresentano alcun paese o sistema politico in particolare, pronta ad assecondare i vizi e le debolezze degli utenti di mezzo mondo in cambio di dati personali e del potere che da questi derivano, dall’altro, senza incontrare, per ora, particolari ostacoli da parte di nessuno.

Leave a Reply